lunedì 27 marzo 2017

Flop Feltrinelli | Errore di stampa per la nuova uscita di Amos Oz





Ebbene si. E' successo. Anche le grandi sbagliano.
Questa volta con Amos Oz e la sua nuova uscita Tocca l'acqua, tocca il vento.

La casa editrice Feltrinelli, che si occupa qui in Italia di stampare gli ormai celebri e attesissimi scritti dello scrittore israeliano, ha commesso un errore...non indifferente.
Come è possibile vedere da una foto scattata da un lettore su Instagram, la prima stampa del romanzo (nelle librerie già il 23 Febbraio) riporta Amoz Oz invece di Amos Oz.
Ovviamente, le copie sono state subito ritirate dal mercato per una nuova ristampa che uscirà nelle librerie il prossimo 30 Marzo. Anche se, qualche fortunato, riesce ancora a scovare delle copie qui e lì. Perché fortunato? Gli errori di stampa sono pezzi unici, da veri collezionisti. Figuriamoci in questo caso, dove l'errore è in primissima pagina.

Come dicevamo prima, anche le grandi sbagliano.
Ma errori così, sono ammissibili oggi?

giovedì 23 marzo 2017

Giovane carina molla tutto e cambia vita, Lisa Owens


Titolo: Giovane carina 
molla tutto e cambia vita
Autore: Lisa Owens
Casa Editrice: Newton Compton

Trama
 A volte bisogna fare un salto nel buio, mollare tutto e seguire i propri sogni. Claire Flannery ha trovato il coraggio di farlo. E adesso? Claire ha lasciato il lavoro per scoprire la sua vera vocazione, ma non sa da che parte cominciare. Correre la maratona di New York? Finire di leggere tutti i classici lasciati a metà? Di fronte a lei ci sono tantissime possibilità, forse troppe. E intanto le giornate passano tra un giro su internet, un bicchiere di vino di troppo a pranzo e gli incoraggiamenti della nonna («Ricordo cosa significa avere la tua età. Certo, io avevo già quattro figli…»). Gli altri intorno a lei sembrano avere tutto sotto controllo, a Claire invece sta sfuggendo tutto di mano.

Recensione
Quella che avete appena letto è la trama ufficiale.
Io qui di seguito vi riporto, in poche righe, il riassunto secondo il mio punto di vista:

COSE
A
CASO
MESSE
IN 
ORDINE
A
CASO


Nonostante Le confessioni del cuore di Colleen Hooveer resti il libro più brutto che io abbia mai letto in vita mia, mi duole ammettere che, almeno, di libro si trattava. La "prova" , definiamola così, della Owens, non è andata a buon fine e di libro non si può minimamente parlare. La definirei, più che altro, una "raccolta di pensieri\diario", per di più scollegati fra loro. 

Della serie:
Mercoledì
Sono andata ad una cena con amici. Le mie battute erano imbarazzanti.
Incontro con X
Chiamo ma risponde la segretaria. Me lo passa al telefono. Mi liquida subito. Non ceniamo assieme.

Ho fatto uno scorri pagine generale per vedere se tutto il libro si articolasse così e...si. 
Tutto il libro procede così. 

E' come se fossero stati pubblicati dei piccoli trafili appartenenti al diario personale della protagonista, non solo scritti male, ma soprattutto messi a caso, senza nessuna indicazione di giorni, date, o collegamenti logici o cronologici fra loro nel momento in cui si passa dalla lettura da un paragrafo all'altro .
 E' possibile che in paragrafo di cinque righe si esaurisca una discussione circa la necessità o meno di potare l'aiuola, e passare a quello successivo (inserito nella stessa pagina e appartenente allo stesso capitolo) dove di parla del funerale di un nonno sconosciuto a cui si è partecipato con i proprio cugini, anche loro sconosciuti. 
In questo libro, infatti, non esistono descrizioni di alcun genere (personaggi, paesaggi, luoghi, chi sia la protagonista, di cosa stia parlando). Tutto viene dato ad intendere, come se il lettore sapesse di cosa lei stia parlando. 

Per di più, è come se lei scrivesse un po' per se stessa, perché il lettore non solo non viene interpellato, ma la "stesura" del "tutto" è stata impostata in modo tale che il lettore non possa in alcun modo entrare nella storia ed essere coinvolto. Si percepisce sia un "diario" personale, uno strumento per appuntare un avvenimento della giornata...giusto uno per giornata, letteralmente.

  L'impressione che si ha è quella di aver aperto una porta senza aver prima bussato e rendersi conto di aver sbagliato casa, oppure quella di vedere un film già iniziato.
 La protagonista, infatti, nelle prime pagine, neanche si presenta. Non sappiamo chi sia, chi siano le persone di cui parla, eppure tutto, sin da subito, procede come se fossimo già nel pieno della "storia", anche se, ripeto, di "storia" o "evoluzione della trama" c'è ben poco, anzi, nulla
Ci troviamo davanti a un qualcosa di non definibile come libro: pensieri stroncati, riflessioni a caso di una lunghezza massima di venti righe, e su argomenti di una profondità paragonabile alla preoccupazione di Briatore di non arrivare a fine mese.



Non si può parlare di stile di scrittura, di tecnica narrativa, di descrizione dei personaggi, perché sembra una raccolta appunti giornalieri scritti su un diario di dimensioni 10x10 cm da una ragazzina di undici anni che racconta la sua giornata secondo un bagaglio culturale e lessicale di chi frequenta la scuola elementare

La mia domanda è:
Ma è possibile pubblicare una roba del genere?

Nessuna stellina perché si tratta di un "genere" inclassificabile

giovedì 9 marzo 2017

Le braci, Sándor Márai




Titolo: Le braci
Autore: Sándor Márai
Casa editrice: Adelphi



Scrivere di questo libro mi mette in seria difficoltà, ma so che se non lo faccio adesso, non lo farò mai più, e sarebbe davvero un peccato non parlarvene. Anche perché, dovete sapere.
Dovete sapere che questo libro è bellissimo, unico nel suo genere. 
Ma andiamo per ordine. 

Trama
Il romanzo si sviluppa attorno alla figura di Henrik, ormai sulla soglia della vecchia, che un giorno riceve una lettera da quello che è stato il suo migliore amico di gioventù, Konrad, che lo avvisa di stare ritornando in città. Henrik prepara tutto perché sia uguale all'ultima cena che insieme hanno avuto, più di quarantuno anni fa, nell'ala del castello che proprio da quel giorno ha chiuso senza più farvi ritorno. Almeno, fino ad ora. Mentre impazzano i preparativi, il vecchio Henrik ripercorre con la mente quella che è stata l'amicizia con Konrad, come sia nata e come si sia sviluppata negli anni, offrendoci , nel contempo, un quadro della sua famiglia e di quella dell'amico, e di come, questo abbia influito sul loro legame. A giocare un ruolo fondamentale sarà anche Krisztina, moglie di Henrik e amica d'infanzia di Konrad ormai defunta, che farà da anello al legame che i tre ancora vantano dopo tutti questi anni. C'è, infatti, un segreto, una porta aperta e mai chiusa, che ha spinto Konrad a tornare dai Tropici, e Henrik ad aspettare perché avesse delle risposte. 
Entrambi sapevano che questo momento sarebbe arrivato, e una sera di quarantuno anni dopo, davanti ad un camino, ripercorreremo insieme a loro, ciò ha rotto gli equilibri delle loro vite, oppure, ciò che ha fatto sì che le carte si scoprissero una volte e per sempre...


Recensione



"Sai, ci sono due modi di guardare le cose: come se uno le stesse scoprendo per la prima volta, o come se desse loro addio."


La narrazione procede dal punto di vista di Henrick, ed è attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri che vediamo il dipanarsi delle scene, Tra i ricordi e i momenti presenti, ciò che emerge maggiormente è il lungo monologo che il protagonista inizia, e continua anche nel momento in cui avviene l'incontro con l'amico Konrad. Della sua figura, infatti, l'autore si servirà per riaprire in Henrik il canale dei ricordi e dar vita a una lunga orazione in cui affronterà, per la prima e ultima volta, un viaggio nella memoria che lascerà a Konrad un ruolo assolutamente marginale. 
Durante tutta la lettura, saremo ammaliati dalla "presenza scenica" di Henrik e dalla sua orazione. Ruba la scena a tutti, e cattura la nostra attenzione. Non importa a cosa noi stiamo pensando; non importa dove ci troviamo: saremo rapiti. Rapiti dalle sue parole, rapiti da ciò che lui ha provato e che proveremo a nostra volta. E' senz'altro notevole il senso di empatia che ci lega a Henrik. 
Una cosa che mi ha colpito, poi, e che credo di non aver mai provato in nessun altro romanzo con questa intensità, è che durante l'incontro tra i due amici di gioventù, ho avuto l'impressione di essere lì con loro. L'impressione di alzare gli occhi e vedere le alte mura di quella stanza, di abbassarli e vedere le fiamme ardere. Di voltarmi alla mia sinistra e vedere Konrad che stringe la testa tra le mani, e Henrik davanti a me, con la fermezza, il distacco e sicurezza di aver trovato, nella solitudine di quegli anni nel castello, tutte le risposte alle sue domande.

"Nella solitudine si impara a comprendere ogni cosa, e non si ha più paura di niente."

 Insomma, mi sono sentita in tutto e per tutto vicina a loro, o, meglio, a lui, il nostro Henrik. La figura di Henrik ammalia eaffascina; in più la saggezza, il modo di scrutare il mondo e la vita che anni di solitudine gli hanno insegnato, non lasciano indifferenti. Le sua riflessioni, la sua lucidità, i suoi ricordi e le sue risposte si trasformano anche in risposte per noi a domande che ancora non avevamo mai avuto il coraggio di porci. 
Lo stile è piuttosto impegnativo, non posso negarlo. Sono meno di duecento pagine ma, ragazzi, si tratta di duecento pagine pregne di filosofia. Non solo racchiude un mondo, ma anche un'intero modo di pensare, e questo è, a parer mio, più unico che raro.
 Questo libro è di una bellezza rara, in tutte le sue sfaccettature: prosa, contenuti, riflessioni, domande e risposte... Provo ammirazione, rispetto e posso dirvi, in tutta franchezza, una cosa. So, adesso, che effetto fa provare le farfalle nello stomaco.
Sento che tutto ciò che potrei ancora scrivere, e tutte le più belle parole che potrei trovare, continueranno a  non esprimere a pieno ciò che ho provato leggendolo e ciò che è stata l'esperienza di questo romanzo per me. 
Non posso dirvi sia un romanzo che segna, ma posso dirvi sia un romanzo che .
Vi farà viaggiare in un turbinio di emozioni...
Allora, che aspettate a partire? 


Voto
★ ★ ★ ★ 

domenica 5 marzo 2017

Maze Runner (trilogia), James Dashner



Maze Runner è una trilogia fantastica\distopica pubblicata da James Dashner tra il il 2009 e il 2011.
Racconta la storia dell'adolescente Thomas che un giorno, senza sapere come ci sia arrivato, si ritrova nella Radura. La Radura è un luogo in cui sono imprigionati un centinaio di ragazzi che, per i due anni che sono stati rinchiusi lì, ogni mese hanno ricevuto un nuovo cadetto da addestrare e tenere all'interno della Radura. Questo fino al giorno in cui arriva Thomas, giorno che segna tra i ragazzi la rottura degli equilibri createsi in questi anni. Tant'è che il giorno dopo l'arrivo di Thomas arriva anche la prima ragazza del gruppo. Chi sono Teresa e Thomas, si chiedono gli altri Radurai, cosa vogliono da loro? Ma d'altra parte, si chiede Thomas:" Chi sono io? Chi è la C.A.T.T.I.V.O.?"

Ci eravamo lasciati, per quanto concerne la trilogia di Maze Runner, con la recensione del primo capitolo della saga (Il labirinto), che trovate qui.
 Ne ero entusiasta. Nonostante una scrittura semplice e per nulla pretenziosa, riesce comunque a catturare l'attenzione del lettore perché coinvolgente fino alla fine. Ci sono tutti gli elementi per un fantasy d'intrattenimento, e il fatto che la narrazione si snodi su pochi eventi, ma buoni, permette allo scrittore di poter gestire nel migliore dei modi la stesura del romanzo, dato il suo stile elementare. In poche parole, consapevole dei proprio limiti, ha evitato di far bollire in pentola tanti ingredienti, dal momento che sapeva bene non sarebbe stato in grado di cucinarli tutti in un pentolone, e ha preferito preparare la tavola con pochi piatti, semplici, ma gustosi.
Ciò che premio in James Dashner, dunque, è proprio la consapevolezza di non essere il prossimo Premio Nobel, e di aver utilizzato il proprio stile asciutto, chiaro e senza troppi artifici per un romanzo non pretenzioso, non pieno di situazioni che non si incastrano fra loro perché troppe, giocando con una trama avvincente, che desta curiosità nel lettore fino al punto di fagli girare una pagina, e un'altra, e un'altra ancora, senza rendersene conto.

Quella che è stata una buona storia nel primo capitolo della saga, tuttavia, non è stata sufficiente a reggere l'intera trilogia. Il secondo libro (La fuga) si apre con il nostro protagonista che inizia a recuperare man mano i ricordi di quella che è stata la sua vita precedente alla Radura. I flash back sono un elemento che d'ora in poi viene utilizzato sempre troppo spesso nella narrazione e che, inizialmente, contribuisce a distinguerlo dal primo romanzo, con un pizzico di originalità che non guasta. Infatti non si può propinare sempre la stessa impostazione al lettore, che potrebbe facilmente prevedere gli avvenimenti prossimi narrati dallo scrittore. Quindi il fatto che Dashner volesse aggiungere del pepe alla storia ci stava, eccome! Anzi, iniziavo davvero ad affezionarmi alla saga, con particolare riferimento alla trama (non tanto ai personaggi in sè e per sè), ed ero in tutto e per tutto coinvolta, perchè ogni cosa si incastrava alla perfezione con lo stile di Dashner.

Ma, poi...
Di colpo, tutto cambia. Credo che Dashner si sia fatto prendere troppo la mano e abbia iniziato a creare delle situazioni, in primo luogo, non chiare sopratutto a lui. Il protagonista della saga, Thomas, non fa altro che svenire e mangiare e dormire. Al che, io ritengo che lo scrittore abbia creato queste situazioni a fine capitolo un po' per se stesso, come a voler mettere il personaggio in pausa per prendere una boccata d'aria e rispondere alla fatidica domanda "E adesso che scrivo?" . Infatti, l'impressione che si ha spesso in questo capitolo della saga, è che Jamas Dashner non sappia cosa scrivere. E' come se il romanzo pubblicato (in Italia dalla Fanucci) fosse in realtà una bozza dello scrittore ; una sorta di brainstorming scritto, ecco. Quindi si ha, alla fine, una accozzaglia di eventi, che in alcuni punti, soprattutto alla fine, risultano scollegati fra loro. Come se fossero stati pensati singolarmente come idee di un'eventuale intreccio a livello di trama, ma poi non collegati fra loro da situazioni intermedie che sarebbero dovute servire da collante alla storia.

Se ho chiuso il secondo romanzo con l'amaro in bocca (e parecchio nervosismo da smaltire) , il terzo capitolo delle serie (La rivelazione) resta per me una grande incognita, lasciandomi tutt'ora perplessa e confusa. In molti punti della storia mi sono ritrovata a fissare il vuoto in uno stato, appunto, confusionale, perché non capivo come ci fossimo arrivati e quale fosse il motivo. I personaggi, la storia e la narrazione vanno avanti spinti da un'energia che io chiamerei luogo comune, E si: tutto ciò che vedrete in questo libro, con particolare riferimento alla seconda metà, è tutto prevedibile e scontato. I personaggi non vivono di vita propria ma seguono un destino segnato e facilmente intuibile, se ci si sofferma a pensare a un eventuale epilogo della storia. E' tutto forzato, e gran parte di ciò che leggerete sembra capitare lì per caso. Al che voi alzerete spesso gli occhi, increduli, chiedendovi dove siate e cosa stia succedendo. Molti collegamenti aperti durante la narrazione, o eventuali intrecci fra i personaggi, restano lì, senza essere ripresi in futuro: James Dashner tira la pietra e nasconde la mano parecchie volte. Un esempio? Personaggi introdotti , che avrebbero dovuto avere un ruolo nella storia fondamentale, spariscono nel nulla. Se non spariscono nel nulla, appaiono per avere un ruolo marginale nella storia, oppure un ruolo talmente importante ai fini dell'epilogo da non essere credibile data la quasi totale assenza dalla narrazione centrale. Per non parlare delle figure vicine al protagonista , molto importanti per la storia del personaggio di Thomas e del romanzo in sé, che sono parecchio ambigue, e rendono l'evoluzione dei fatti altrettanto ambigua,

La fine.
La fine, che sarebbe dovuta essere la parte con più patos di tutta la trilogia, è stata, in realtà, l'esatto opposto. Data la prevedibilità dell'epilogo che si intuisce facilmente a una trentina di pagine dalla fine, le pagine scorrevano via come se già le conoscessimo. Quindi l'attenzione del lettore cala, ma soprattutto cala l'adrenalina e tutto il romanzo si smonta in men che non si dica. Sembrava di leggere una qualsiasi altra parte del libro, ma non la fine!
Come puoi, James Dashner, rendere l'epilogo di una saga fantasy monotono, e il lettore anaffettivo di fronte alla conclusione di una trilogia ? E dico, trilogia: quindi, intendo tre libri che hanno accompagnato il lettore per un determinato lasso di tempo e verso i quali ci si aspetta di provare una benché minima emozione, di qualsiasi genere! Rabbia,dolore,gioia, curiosità, senso di insoddisfazione... Zero, zero tagliato.



Consiglio la saga?

Al riguardo ho visto diverse YouTubers consigliarla perché "Si, non è una saga eccellente, ma va bene per ingannare il tempo con un una lettura diversa e leggera".

Qui vorrei esprimere il mio pensiero al riguardo.
Leggere un libro non vuol dire ingannare il tempo. Un libro deve arricchire noi e far si che aver ritagliato del tempo per leggerlo ne sia valsa la pena, perché ricordiamolo, il tempo è prezioso, e con lui i libri che dovremmo leggere.
A questo collego un'altra riflessione: la leggerezza di un libro.
Ben vengano i libri leggeri, che ci aiutano a staccare la testa da momenti no o da altre letture più corpose. Ma il concetto di libro leggero non deve essere associato a quello di libro scritto male, libro scritto tanto per, libro scritto come se lo scrittore ci stesse facendo un favore. Il libro deve essere scritto bene a prescindere, deve godere di una propria struttura e deve intrattenere il lettore. Perché ricordiamolo: ad essere leggeri saranno solo gli argomenti o i modi in cui questi vengono trattati, e MAI la dicotomia di libro leggero deve giustificare l'inerzia e la vacuità di un oggetto così di valore come un libro.

La mia risposta è dunque NO. E' ingiustificabile:
-l'accozzaglia di situazioni aperte e mai chiuse o riprese durante la narrazione;
-la presenza di tanti eventi inseriti tanto per far numero e rendere il romanzo più complesso, con il solo risultato di aver creato episodi scollegati fra loro e un gran senso di confusione;
-un finale atono e prevedibile;
-un calo di attenzione del lettore nelle ultime trenta pagine;
-il lettore diventa anaffettivo nei confronti dei personaggi e della storia che gli hanno tenuto compagnia durante la lettura di un'intera trilogia.

Che gran peccato Dashner, hai sprecato un'occasione!

venerdì 24 febbraio 2017

L'identità, Milan Kundera





Titolo: L'identità
Autore: Milan Kundera
Casa editrice: Adelphi

Recensione\trama 

«Perché avere costantemente due volti è una cosa sfibrante: per quanto tempo ancora ne sarò capace?»

E’ su questa premessa che fondamentalmente si basa il romanzo di Kundera, terminato nel lontano 1996. Ognuno di noi ha due volti: sceglieremo mai di mostrarne solo uno? E se dovesse accadere, cosa succederà allora? La storia è raccontata da un narratore omnisciente che, per capitoli alternati, riprende il punto di vista dei nostri due protagonisti: Jean Marc e Chantal. 
Jean Marc, un giorno, in spiaggia, confonde nella figura di una signora quella della sua attuale compagna, Chantal. Sarà sufficiente tale circostanza per prendere coscienza del fatto che non solo non immagina una vita senza di lei, ma che la sua esistenza è intrecciata a quella di Chantal: esiste perché esiste lei e continuerà a farlo finché lei esisterà. Ma se Chantal non è la donna a cui lui ha legato la sua vita? Se un giorno dovesse scoprire che lei, in realtà, non è ciò che ha mostrato di essere per tutto il tempo della loro storia? Che ne sarà della sua vita? Che esistenza potrà mai figurarsi per lui?
Chantal, d’altra parte, è una donna che vanta un trascorso passivo e atono. Ha vissuto per lungo tempo insieme alla famiglia di un uomo mingherlino e di bassa statura con cui era sposata. Dopo la morte del figlio, deceduto all’età di cinque anni, decide di dire basta a quella vita di stenti per lasciare il marito e vivere da sola, così da riappropriarsi e prendere le redini della propria esistenza; identità. Non passa molto però dal momento in cui incontra Jean Marc, un uomo più giovane di lei che, senza dire troppe parole, la conquista. Fra i due, esplode subito la passione che non si dimostra, contrariamente a quanto possa sembrare, un fuoco di paglia, ma continua a vivere negli anni. Questo porta i due a vivere insieme e condividere una storia d’amore equilibrata, fin quando un giorno, Chantal, scopre che gli uomini non si voltano più a guardarla. Cosa è successo? Era davvero così invecchiata? Perché nessun uomo la desiderava più? Questo ha fatto riemergere in lei una promessa che si fece quando lasciò il marito, quella di vivere in piena libertà, libertà di spirito, ma soprattutto sessuale, dando sfogo ai suoi desideri più reconditi. 

«[…] avrebbe voluto essere un profumo di rosa – un profumo che si diffonde ovunque, irresistibile -, avrebbe voluto attraversare tutti gli uomini e abbracciare così la terra intera.»

 Ma questo non accadde. Incontrò subito Jean Marc e da qui l’inizio di una storia stabile, monogama, che ora le generava parecchi pensieri. Una sera confessa al suo amato che nessuno la degna più di uno sguardo, confessando indirettamente la sua frustrazione, ma soprattutto la sua delusione e il fatto che Jean Marc, alla fine, non era abbastanza. Jean Marc mostra altrettanta delusione, per non essere così importante ai suoi occhi, e la sua rabbia, che fa arrossire per la prima volta dopo tanto tempo Chantal. Il giorno dopo, già tutto sembra dimenticato, e tutto sembra riprendere il verso di sempre, finché Chantal non riceve la lettera di un ammiratore segreto… 


Il romanzo analizza inevitabilmente i pensieri e i dubbi della coppia francese, conducendo una ricerca dei sentimenti legati all’uomo e alla sua identità. Non mancano riflessioni sull’amicizia, sulla promiscuità, sulla vita, sull’essere genitori e la perdita di un figlio, oggetto di confessioni non sempre comode. E’ la stessa Chantal che, recandosi sulla tomba del figlio, rivela come la sua morte sia stata un dono per dare a lei la possibilità di vivere una libertà che altrimenti non avrebbe avuto. E’ Jean Marc che, alla fine, si scopre realmente debole e inesistente senza Chantal. 
Uno stile profondo, quello di Kundera, attento, vigile e analitico senza risultare pesante, coinvolgete e per nulla banale. Un finale travolgente che vi trasporterà, senza il vostro consenso, in un viaggio in cui vi chiederete cosa sia vero e cosa no e che vi lascerà a terra, al buio, chiedendovi cosa sia successo e chi voi siate. Anche la vostra esistenza è legata in maniera indissolubile a quelle di un’altra persona? Vi siete mai chiesti cosa diventereste voi se quella persona smettesse di essere quella che voi avete prefigurato nella vostra mente?





Voto
★ ★ ★ 

venerdì 27 gennaio 2017

Estratto dalla testimonianza "Se questo è un uomo" di Primo Levi


Oggi è la Giornata della Memoria. Non esprimerò alcun commento personale perché ritengo le mie parole, in questo caso, non possano assumere alcun valore rispetto a ciò che è stato. Voglio comunque ricordare. Perchè è questo che alla fine siamo tenuti a fare; non importa come. Ricordare.
Per farlo ho scelto un estratto dalla testimonianza di Primo Levi Se questo è un uomo , a settant'anni dalla sua stesura.
Non serve che io aggiunga altro.






" Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. 
Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre. 
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento» , e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo. "





Ogni giorno 
è un buon giorno
per ricordare 

mercoledì 25 gennaio 2017

Il grande Gatsby, F.S. Fitzgerald


Titolo Il grande Gatsby
Autore F.S. Fitzgerald
Casa editrice Mondadori 

Trama New York, 1922: il giovane Nick Carraway si trasferisce nella scintillante Long Island, in un piccolo cottage circondato dalle dimore sfarzose dei nuovi ricchi. Così conosce il misterioso Jay Gatsby, che ogni sabato sera organizza stravaganti feste con centinaia di invitati, tra meravigliosi abiti da cocktail e auto di lusso. Ma dietro questa facciata sfavillante, Gatsby nasconde un'oscura solitudine, e un amore disperato per una donna irraggiungibile.

Recensione 

Ineccepibile durante tutta la lettura è la scrittura di Fitzgerarld, che rispecchia tutta la forma, l'eleganza e lo stile dei mitici anni 20'. Un'eleganza particolare, unica del suo genere, ma che, purtroppo, non gradisco, soprattutto quando si presenta in maniera così imponente sulla narrazione tale da impedire un reale coinvolgimento nella storia.
Ho avuto la conferma di quello che avevo già presagito durante la lettura de Tenera è la notte e che fino alla fine mi sono ostinata a non accettare: una mancanza di chimica tra Fitzgerarld e me. Non riesco ad apprezzare questo eccesso di artificiosità nella scrittura in molti punti della narrazione che mi hanno impedito di provare un qualsiasi legame o emozione per gli accadimenti e i personaggi.

Daisy ricalca tremendamente  Rosemary , protagonista de Tenera è la notte, nella cui figura è facile ritrovare lo sfarzo e le frivolezze che contraddistinguevano quegli anni: limitata ai suoi bisogni, superficiale nel modo di pensare e di vivere la vita. Queste caratteristiche sono quelle che meglio, alla fine, mi aiutano a spiegare come mi sono sentita nei riguardi di questo romanzo: una forma magistrale nella prosa, ma una vacuità di contenuti che non mi hanno lasciato nulla, per tutto il romanzo.

Nick è una figura ambigua, un attento osservatore la cui opinione muta con il mutare dei fatti. E' attraverso i suoi occhi che vediamo il divenire della storia di Gatsby e di come cerchi, con vani tentativi, di  tornare a fare breccia nel cuore della sua amata, Daisy, nonché cugina di Nick.

Gastby, il protagonista, quello che sarebbe dovuto essere il faro illuminante del romanzo, è in realtà un personaggio alla stregua di tutti gli altri, a cui non viene data un'eccessiva importanza se non nelle ultime pagine del libro.

Tutti i personaggi portati allo stesso livello, una scrittura che fa da barriera e che impedisce al lettore di provare un trasporto per la storia, mostrano come Fitzgerarld in realtà voglia fornirci un quadro di quegli anni attraverso questa storia d'amore. Non a caso d'amore si parla poco e poco se ne fa cenno; non a caso l'amore è difficile da percepire tra Daisy e Gatsby, perché è tutto un piano per ostentare una incapacità cronica dell'epoca di provare realmente amore se non per se stessi e per la vita di agi che ci si aspetta di vivere. Non a caso Nick è un broker finanziario; Gastby ogni sera ospita gente proveniente da ogni parte del Paese affinché possano partecipare alle feste che lui stesso realizza all'interno della sua tenuta; Daisy vive nel lusso offertogli dal marito Tom, e nell'ombra della sua amante.

Tutto ciò che c'è di più vicino all'amore è Gatsby, anche se alla fine, scopriamo come tutto ciò, in realtà, non sia un modo per Gatsby di restare appigliato al passato.


«Non giunse nessun messaggio telefonico, ma il maggiordomo dovette rinunciare al suo pisolino e aspettò fino alle quattro, quando già da molto tempo non c'era più nessuno a cui recarlo, se anche fosse giunto. Ho l'impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto, e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito tra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e com'è cruda la luce del sole su un'erba quasi non ancora creata. Un mondo nuovo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi si aggiravano incidentalmente , respirando sogni invece di aria... »


Prendersi la colpa dell'omicidio dell'amante di Tom in realtà commesso da Daisy, non è altro che il modo adottato da Gatsby per punirsi di una vita vissuta a rincorrere i fantasmi del passato che lo hanno abbandonato e rivelato una realtà diversa da quella che lui ha sempre pensato potesse essere. Avvertiamo un senso di inquietudine scaturire da questa riflessione non appena la cogliamo, e abbiamo quasi l'impressione di essere lasciati soli, dopo la sua morte, con quegli stessi fantasmi che un tempo non molto lontano hanno infestato la casa e la vita di Gatsby.

Passiamo perciò da una vacuità di contenuti celati da una prosa magistrale, ad un epilogo finale in cui calano le maschere e viviamo noi stessi, in prima persona, quel senso di vuoto, non inteso più nei contenuti, bensì nella perdita di un sogno , di fronte a cui siamo lasciati per osservarne i cocci,.
Il sognatore, invece, si è fatto sorprendere ed uccidere di fronte alla mancata possibilità di vivere la vita secondo i sogni che l'hanno sempre accompagnato, e che l'hanno aiutato a diventare l'uomo che avrebbe dovuto riconquistare la sua amata, ma che in realtà è stato abbandonato, a se stesso, ai suoi fantasmi, rivelandosi lui stesso un fantasma per se, e per gli altri, che lo hanno lasciato ai suoi stenti, ai suoi sogni rivelatesi illusioni.

Voto
★ ★